Forza, coraggio e determinazione: è quello che accomuna molti sportivi, ma in alcuni momenti particolari ne serve un po' di più! Federico Pirani, giocatore di basket dell’Assigeco Piacenza, ci racconta come ha affrontato e superato un episodio di tromboembolismo venoso all’arto superiore e come sia importante riconoscere precocemente i sintomi per un trattamento tempestivo.
Federico è un giocatore di basket professionista, un atleta in perfette condizioni fisiche che non ha mai avuto problemi di salute. Nell’ottobre del 2025 si sottopone ad un “banale” intervento chirurgico per una frattura al setto nasale, riportata in seguito ad un trauma sportivo. Dopo un paio di giorni riprende gli allenamenti ma la comparsa di quello che sembrava un “semplice” dolore al braccio sinistro è in realtà l’inizio di una “odissea”, oggi finalmente giunta al termine con il rientro in gioco. Una strada ad ostacoli legata anche all’assenza di percorsi dedicati agli sportivi che vadano dal riconoscimento precoce dei sintomi e alla scelta delle migliori strategie terapeutiche.
Perché quando un giocatore di basket accusa dolore ad un braccio non si pensa certo alla trombosi venosa, ma la conoscenza di alcuni segnali di allarme e dei fattori di rischio che possono predisporre ad eventi simili (come traumi, interventi chirurgici e lunghi viaggi aerei) può fare la differenza.
“Dopo l’intervento è andato tutto bene-ha spiegato Federico- e mi hanno detto che dopo due giorni potevo riprendere gli allenamenti, cosa che ho fatto iniziando con la sala pesi, però, appena tornato a casa, inizio a sentire un fastidio al bicipite del braccio sinistro, sul momento non ci faccio troppo caso, pensando ad un dolore muscolare, ma il giorno dopo questo fastidio persiste, era lì, non andava mai via”- il primo professionista che l’atleta contatta è il fisioterapista che lo tranquillizza pensando a sua volta ad un dolore muscolare. Ma il “fastidio” continua.
Due giorni dopo il giocatore prende un volo aereo di breve durata per sostenere una competizione in un’altra città e sembra andare tutto bene.
“Il mattino dopo vado al campo da basket ed inizio a tirare; dopo il tiro inizio a sentire questo fastidio al braccio sempre più forte, come se avessi un elastico sotto il deltoide che mi stringesse, a un certo punto guardo il braccio e lo vedo tutto viola e gonfissimo fino alla mano; non capivamo cosa fosse, nonostante la presenza dello staff medico (si è pensato anche ad una puntura di insetto…).” A qual punto il giocatore viene portato in pronto soccorso dove un eco-color -doppler ed una TAC evidenziano la presenza di una trombosi venosa profonda della vena ascellare e succlavia di sinistra. Il paziente a questo punto inizia una terapia anticoagulante e viene sottoposto ad ulteriori accertamenti che evidenziano una “piccola” embolia polmonare. Dopo due giorni, Federico può tornare a casa (in treno) dove viene affidato al Centro FCSA di Sesto San Giovanni ed inizia la terapia con un anticoagulante orale diretto (DOAC), con l’indicazione di completare sei mesi di trattamento. Presso il Centro il paziente potrà essere seguito anche per i controlli nel tempo.
“Mi hanno detto dobbiamo aspettare che si sciolga il trombo ma anche se si dovesse sciogliere prima, i sei mesi vanno fatti per cui ho dovuto mettermi l’anima in pace che per questa stagione non sarei rientrato.”
Dopo tre mesi, l’eco-color doppler conferma che il “coagulo di sangue” si è sciolto e Federico si sente giustamente sollevato. Tuttavia, i necessari accertamenti per verificare condizioni predisponenti alla trombosi, confermano la presenza di una sindrome dello stratto toracico superiore, una delle condizioni fisiche più frequentemente associate a trombosi venosa dell’arto superiore in certe categorie di sportivi come i giocatori di basket, di pallanuoto e di pallavolo (e di altri sport che prevedano movimenti intensi e ripetuti con le braccia).
Che cose’ la sindrome dello stretto toracico?
Lo stretto toracico è un’area che si trova nella parte superiore del torace, al confine con il collo, dove nervi, arterie e vene, passano in uno spazio molto ristretto tra i muscoli scaleni del collo, la clavicola e la prima costa. In alcune persone questa area anatomica può esser più stretta che in altre e movimenti ripetuti delle braccia (soprattutto quando vengono portate in alto) associati all’aumento di volume dei muscoli in quell’area, possono comprimere in modo importante le strutture nervose ed i vasi sanguigni, dando luogo a segni o sintomi (come alterazioni della sensibilità o forza del braccio, trombosi venose o arteriose), in questo caso si parla di sindrome dello stretto toracico (TOS). Le vene sono più sottili delle arterie e più sensibili a questo lieve traumatismo che, se continuato nel tempo in modo intensivo, può predisporre allo sviluppo di coaguli all’interno delle vene che passano in questa zona (in particolare la vena succlavia, che percorre il tratto alto del torace e scende verso la spalla).
Cosa si può fare in presenza di sindrome dello stretto toracico?
I provvedimenti possibili sono molteplici e dipendono dai sintomi, che in alcuni casi sono solo neurologici ed in altri possono interessare vene od arterie. In ogni caso è necessaria una valutazione multidisciplinare (esperto in emostasi e trombosi, chirurgo toracico e\o vascolare, fisiatra e fisoterapista ecc.) per individuare i provvedimenti più opportuni, che vanno dalla fisioterapia all’intervento chirurgico. Chiaramente in caso di trombosi sarà necessaria una tempestiva terapia antitrombotica
Nel caso di Federico, essendo un atleta professionista che necessita “per lavoro” di fare movimenti ripetuti e intensivi con il braccio che avrebbero potuto esporlo ad un nuovo evento trombotico, una volta superati i sei mesi di terapia anticoagulante, è stato deciso di “correggere” il passaggio anatomico troppo stretto con un intervento chirurgico presso un centro altamente specializzato in questo tipo di procedure.
Altri due mesi di terapia che hanno portato al completo recupero e…finalmente Federico è tornato a giocare.
“Ho già avuto l’idoneità agonistica e oggi l’ematologa mi ha detto che posso sospendere l’anticoagulante”- spiega lo sportivo- “però mi è stato detto (da altri n.d.r) che se fossi stato avviato subito a trombolisi ed intervento chirurgico non avrei perso così tanti mesi di gioco che per noi atleti professionisti sono importanti”.
Un dubbio legittimo, quello di Federico che merita un chiarimento.
Terapia anticoagulante o trombolisi e\o trombectomia?
La terapia anticoagulante è il gold standard e va attuata dal momento della diagnosi (in ogni caso in cui non esista una controindicazione grave) per evitare l’estensione della trombosi, la sua embolizzazione e facilitare la risoluzione del trombo. E su questo ci sono pochi dubbi.
Gli interventi di rimozione del trombo per via endovascolare (con o senza trombolisi) , sono opzioni aggiuntive, possibili entro due settimane dall’insorgenza dei sintomi, in casi selezionati e presso centri altamente specializzati. L’obiettivo di queste ulteriori procedure (non scevre da possibili complicazioni) è quello di facilitare la risoluzione del trombo nel caso in cui i sintomi siano molto severi e mettano a rischio la funzionalità dell’arto nonché ridurre la probabilità di insorgenza di sindrome post-trombotica (persistenza di dolore e gonfiore a lungo termine).
In ogni caso, per procedere in sicurezza, l’intervento di decompressione dello stretto toracico (che può comportare la rimozione della prima costa), viene generalmente preso in considerazione dopo aver completato i primi tre mesi di terapia anticoagulante (2)
L’esperienza con queste metodiche e i relativi dati in letteratura sono ancora scarsi a causa della rarità della patologia, pertanto anche le linee guida forniscono indicazioni limitate dal livello molto basso di evidenze disponibili.
Secondo le linee guida della European Society for Vascular Surgery del 2021, “nella maggior parte dei pazienti con trombosi venosa sintomatica dell’arto superiore la rimozione precoce del trombo non è raccomandata; in pazienti giovani e attivi selezionati, con sintomi molto severi la trombolisi può essere presa in considerazione entro due settimane dall’insorgenza dei sintomi “ (1).
Ci viene in aiuto, per capirne un po’ di più, l’esperienza di un importante gruppo italo-svizzero sul trattamento endovascolare della trombosi venosa dell’arto superiore legata alla TOS, appena pubblicata (2). Gli esperti hanno analizzato 41 pazienti (età media 34 anni), circa la metà dei quali erano atleti, sottoposti a diverse procedure endovascolari di rimozione del trombo (con o senza trombolisi) con buoni risultati, anche se il 39% dei casi ha avuto necessità di un secondo intervento nei primi due giorni. Le complicanze emorragiche sono state due (di cui una emorragia grave). Gli autori però sottolineano i limiti dello studio, definito come “esplorativo”, e la necessità di ulteriori ricerche.
Leggi anche:
Intervista ad Agostino Abbagnale
Intervista a Marco Mordente: come ho affrontato l’embolia polmonare
Bibliografia
- Kakkos SK, Gohel M, Baekgaard N, et al. Editor’s Choice – European Society for Vascular Surgery (ESVS) 2021 Clinical Practice Guidelines on the Management of Venous Thrombosis. Eur J Vasc Endovasc Surg. 2021;61(1):9-82. doi:10.1016/j.ejvs.2020.09.023
- Elbaranes N, Ulrich A, Wolf S, et al. Endovascular treatment of acute upper extremity deep vein thrombosis in Paget-Schroetter syndrome: A longitudinal analysis of three endovascular techniques. J Vasc Surg Venous Lymphat Disord. Published online March 23, 2026. doi:10.1016/j.jvsv.2026.102485
AVVERTENZA: Le informazioni contenute nel sito anticoagulazione.it hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Consulta sempre un medico prima di prendere decisioni sulla tua salute
