Un editoriale appena pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology da parte di un autorevole gruppo di esperti internazionali ha richiamato l’attenzione sul problema, poco conosciuto e spesso sottovalutato, del tromboembolismo venoso (trombosi venosa profonda ed embolia polmonare) nello sportivo e sulla fondamentale necessità di ricerca clinica in questo ambito, fino ad oggi quasi “dimenticato” (1).
“Anche un solo caso di morte per embolia polmonare è troppo quando la maggior parte sono prevenibili” –affermano gli autori riferendosi agli atleti universitari analizzati in un’ampia casistica statunitense (2), una tipologia particolare di pazienti perché, “nonostante la rarità delle morti per embolia polmonare, nella maggior parte dei casi era coinvolto un fattore scatenante, a differenza di quanto accade nella popolazione generale, in cui circa la metà dei casi è non provocato” (1).
La casistica della National Collegiate Athletic Association
La casistica americana a cui viene fatto riferimento è quella della National Collegiate Athletic Association dell’Università di Washington. Il lavoro costituisce il primo rapporto a livello di popolazione sulla morte improvvisa correlata all’embolia polmonare negli atleti universitari (2). I dati raccolti coprono due decenni, dal 2002 al 2022, ed evidenziano undici decessi dovuti ad embolia polmonare (0,12 per 100.000 anni-atleta) in una fascia di età che va dai 18-22 anni. Un numero largamente sottostimato, secondo gli autori, perché sono state considerate solo le “morti improvvise” attribuite ad embolia polmonare, mentre i decessi avvenuti giorni o settimane dopo una diagnosi iniziale di tromboembolismo venoso potrebbero non essere stati rilevati.
Di notevole interesse il riscontro che tutte le “morti improvvise” causate da embolia polmonare si sono verificate a riposo. Questi eventi potrebbero pertanto sfuggire alle strategie di preparazione alle emergenze incentrate sull’esercizio. Va notato, tuttavia, che più di un terzo dei casi era stato è stato preceduto da dispnea (affaticamento respiratorio n.d.r). Un dato importante che conferma quanto emerso da una recente ricerca promossa da Fondazione Arianna Anticoagulazione , lo studio PEDIS, secondo la quale la recente insorgenza di severo affaticamento respiratorio per sforzi di lieve entità, soprattutto in soggetti giovani, può essere un sintomo rivelatore (e spesso sottovalutato) di embolia polmonare.
Inoltre, la maggior parte dei casi si è verificata in presenza di fattori scatenanti transitori, tra cui un recente intervento chirurgico, un trauma, una malattia acuta o l’uso di contraccettivi orali.
Gli autori sottolineano pertanto la necessità di valutare attentamente il rischio di tromboembolismo negli atleti, nel perioperatorio o nel post-infortunio, e di prendere in considerazione l’opportunità di effettuare una tromboprofilassi quando indicato.
“Nei giovani atleti, in particolare nelle settimane successive a un intervento chirurgico, un trauma o una malattia, l’affaticamento respiratorio dovrebbe indurre a considerare il tromboembolismo venoso nella diagnosi differenziale”- scrivono gli esperti-“ Allo stesso modo, il gonfiore degli arti non chiaramente correlato a un trauma locale dovrebbe essere valutato attentamente dal team medico sportivo e si dovrebbe prestare attenzione a massaggiare energicamente l’area prima di escludere una trombosi venosa profonda per ridurre al minimo il rischio di embolizzazione del coagulo, qualora esistesse”(1).
Quali conseguenze per gli atleti?
Nonostante, fortunatamente, la morte improvvisa dovuta ad embolia polmonare sia stata un evento raro nel gruppo di giovani atleti analizzato, va considerato che anche l’embolia polmonare non fatale e la trombosi venosa profonda possono causare problemi di salute a lungo termine, interrompere le carriere e creare complessi dilemmi gestionali per gli atleti e i loro team medici.
Le decisioni sulla terapia anticoagulante, che possono sembrare semplici in altre tipologie di pazienti, diventano incredibilmente complesse negli atleti professionisti, nei quali le priorità contrastanti di un trattamento efficace della trombosi e del rischio di sanguinamento durante il ritorno all’attività agonistica devono essere attentamente bilanciate. Gli anticoagulanti orali diretti (DOAC), dotati di emivita breve e attività anticoagulante prevedibile, offrono la possibilità di una gestione “personalizzata” della terapia, ma attualmente mancano studi clinici che consentano di definire e validare procedure di gestione (3).
Cosa si può già fare?
Le misure pratiche che le organizzazioni sportive e i medici possono adottare fin da subito includono la valutazione dei potenziali fattori di rischio di tromboembolismo venoso (in particolare l’anamnesi familiare e fattori personali come i contraccettivi orali nelle atlete), il miglioramento del riconoscimento dei sintomi di tromboembolismo venoso da parte sia degli atleti che dello staff, compreso lo sviluppo di protocolli chiari per la valutazione di dispnea o sincope inspiegabili nelle settimane successive a un intervento chirurgico o a un infortunio, e l’istituzione di valutazioni di rischio perioperatorio di routine (1).
“La sensibilizzazione e l’educazione degli atleti in merito all’impatto del tromboembolismo venoso sia nella popolazione generale che tra gli sportivi, possono essere preziose affinché il pubblico e gli atleti stessi comprendano quando è necessario richiedere una valutazione urgente.
Inoltre, atleti, organizzazioni professionali e comunità medica dovrebbero collaborare per dare priorità alla sorveglianza, alla prevenzione e alla ricerca sul tromboembolismo venoso.”-scrivono gli esperti internazionali, concludendo che “Solo attraverso sforzi coordinati possiamo sperare di ridurre l’impatto del tromboembolismo venoso e prevenire future tragedie” (1).
Uno stimolo per la ricerca
Purtroppo, la mancanza nello studio analizzato di informazioni complete sui diversi fattori di rischio transitori a cui possono essere stati esposti gli atleti (come lunghi viaggi, utilizzo di agenti dopanti o terapie ormonali), insieme al numero limitato di eventi, ha precluso analisi più approfondite. Gli autori sottolineano pertanto la necessità di registri multicentrici che rilevino sia il tromboembolismo venoso fatale che quello non fatale negli atleti, con una raccolta dati standardizzata sulle esposizioni transitorie, per definire la vera incidenza, identificare i fattori di rischio modificabili e informare le strategie di prevenzione basate sull’evidenza. “Tali registri dovrebbero essere collegati ai dati sugli esiti clinici e sul ritorno all’attività agonistica, in modo che gli algoritmi di gestione possano essere testati e perfezionati.” –sottolineano (1).
Un appello al quale Fondazione Arianna Anticoagulazione ha già dato risposta organizzando uno studio osservazionale, in collaborazione con la Federazione dei Centri per la diagnosi della trombosi e la Sorveglianza delle terapie Antitrombotiche (F.C.S.A), il cui l’obiettivo è raccogliere l’esperienza decennale dei centri specialistici italiani che hanno gestito sportivi e atleti affetti da tromboembolismo venoso o arterioso in terapia antitrombotica e di fornire informazioni utili alla gestione dei pazienti in particolar modo per quanto riguarda la ripresa in sicurezza dell’attività sportiva.
Lo studio clinico verrà presentato al prossimo Convegno di Fondazione Arianna, Anticoagulazione che si terrà a Bologna il 2 luglio 2026, nell’ambito del quale la prof.ssa Elena Campello parlerà di gestione del tromboembolismo venoso negli atleti.
Per iscrizioni consultare il seguente link:10° Convegno Fondazione Arianna Anticoagulazione e Anticoagulazione.it – Bologna, 2 Luglio 2026 – anticoagulazione.it
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A cura di Sophie Testa e Stefania Cavazza
Bibliografia
- Bikdeli B, Middeldorp S, Wasfy JH, Spyropoulos AC, Jimenez D. Fatal Pulmonary Embolism in Professional Athletes: A Window Into a Broader VTE Problem. J Am Coll Cardiol. Published online May 13, 2026. doi:10.1016/j.jacc.2026.03.166
- Weller SL, Petek BJ, Churchill TW, et al. Sudden death from pulmonary embolism in National Collegiate Athletic Association athletes: insights from a 20-year registry. J Am Coll Cardiol. https://doi.org/10.1016/j.jacc.2026.03.076.
- Nazha B, Pandya B, Spyropoulos AC, Kessler CM. Treatment of venous thromboembolism in elite athletes: a suggested approach to individualized anticoagulation. Semin Thromb Hemost. 2018;44:813–822. https://doi.org/10.1055/s-0038-1673690
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