L'esercizio fisico all'interno di un programma riabilitativo dopo infarto del miocardio e ictus cerebrale rappresenta oggi uno standard di cura necessario nella fase post-acuta, ma la stessa indicazione non ha ancora un'applicazione nei pazienti affetti da tromboembolismo venoso (TEV).

Il tromboembolismo venoso è la patologia trombotica più frequente dopo l’infarto miocardico e l’ictus e presenta un rischio di recidiva, dopo sospensione del trattamento anticoagulante, particolarmente elevato raggiungendo il 30% a distanza di 8 anni dall'evento acuto.
La letteratura scientifica suggerisce che la deambulazione precoce, rispetto all'immobilità, dopo un evento tromboembolico venoso, non aumenta i rischi di recidiva. Infatti uno studio pubblicato nel 2007 ha mostrato che la passeggiata giornaliera effettuata regolarmente entro 5-7 giorni dopo una trombosi venosa profonda, in associazione alla terapia anticoagulante, non aumenta il rischio di sindrome post-trombotica e di recidive emboliche precoci. In ogni caso mancano dati relativi alla sicurezza ed all’efficacia dell’attività fisica dopo TEV acuto, a differenza di quanto invece sappiamo relativamente all'infarto miocardico e all'ictus cerebrale. La mancanza di raccomandazioni basate su evidenze scientifiche rappresenta una limitazione per programmare interventi specifici nei pazienti affetti da tromboembolismo venoso.
A tale scopo, un gruppo di ricercatori americani ha valutato la sicurezza e l’efficacia dell’esercizio fisico personalizzato associato a programmi educazionali per l’applicazione di corretti stili di vita in pazienti affetti da trombosi venosa profonda o embolia polmonare. In questo recentissimo studio pubblicato sul Journal of Thrombosis and Haemostatis (JTH)1 a maggio del 2015, i pazienti con trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, insorta da almeno 6 settimane ma meno di 3 mesi, in terapia anticoagulante con warfarin o rivaroxaban, sono stati randomizzati in due gruppi. Il primo gruppo è stato sottoposto per tre mesi a riabilitazione comprendente esercizio fisico e programmi educazionali volti alla riduzione del peso corporeo, mentre nel secondo gruppo non è stato applicato alcun intervento specifico.
I pazienti inclusi nel gruppo di intervento hanno mostrato un incremento significativo del tempo settimanale dedicato all’attività fisica (da 31 minuti a 178 minuti alla settimana) rispetto al gruppo di controllo in cui non si è osservata nessuna differenza (da 92 minuti a 94 minuti settimanali). Si è inoltre evidenziato il miglioramento della capacità cardiorespiratoria misurata con parametri oggettivi e una significativa riduzione del peso corporeo rispetto al gruppo di controllo. Il peso corporeo è un noto fattore di rischio modificabile nell’incidenza e nella ricorrenza di trombosi venose: in media i pazienti del primo gruppo hanno mostrato un riduzione di peso di 4,6 kg rispetto al gruppo di controllo dopo i tre mesi di trattamento. Nel periodo di osservazione dello studio non si sono registrati eventi avversi.
Gli autori concludono sostenendo che l’esercizio fisico precoce nei pazienti affetti da tromboembolismo venoso non espone a rischi maggiori di complicanze, può aumentare la tolleranza allo sforzo e contribuire a ridurre il peso corporeo. Un adeguato programma riabilitativo potrebbe quindi essere un valido aiuto nella prevenzione delle recidive agendo sui fattori di rischio quali il peso e la sedentarietà. Gli stessi autori auspicano la realizzazione di ulteriori studi per confermare queste osservazioni e programmare interventi riabilitativi strutturati nei pazienti con TEV in terapia anticoagulante.

Bibliografia

  1. Lakoski SG, Savage PD, Berkman AM, Penalosa L, Crocker A, Ades PA, Kahn S, Cushman M. The safety and efficacy of early-initiation exercise training after acute venous thromboembolism: a randomized clinical trial. J Thromb Haemost 2015; 13:1-7

Sophie Testa

Direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio - Centro Emostasi e Trombosi. A.O. Istituti Ospitalieri di Cremona

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