Il rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed), pubblicato il 27 gennaio scorso,...

ci dice che ogni italiano ha acquistato, nei primi 9 mesi del 2015, 23 e mezzo confezioni di medicinali di cui 14 in regime di assistenza convenzionata (classe A). Colpisce il numero importante di confezioni di medicinali acquistati a totale carico del paziente (Fascia C).
Capita spesso, infatti, di osservare quanto sia colma la busta di medicinali che i pazienti fanno vedere al medico in ambulatorio o al momento del ricovero. E molto spesso i farmaci di fascia C sono tanti. Ma non c’è da parte dei medici alcuno sforzo per limitare se non abolire, la prescrizione di questi farmaci contro, apertamente, le regole che sostengono la medicina basata sull’evidenza che dovrebbe ormai aver conquistato terreno nella mentalità medica: un farmaco può essere prescritto a carico del SSN solo se la sua efficacia è stata provata da studi clinici rigorosi (Fase III).
Se pensiamo che un paziente con una pensione di 800 euro (spesso anche meno) deve spendere dai 50 ai 100 euro al mese per acquistare medicine o integratori la cui efficacia non è nota, ci accorgiamo che da un punto di vista sociale le categorie più deboli non sono trattate bene. Tutto questo aggrava il calo dei consumi oltre a non rappresentare in alcun modo un approccio etico nei riguardi della salute.
Il Ministero della Salute dovrebbe prendersi carico di questo problema invitando i medici a prescrivere i farmaci in modo appropriato, secondo indicazioni approvate e non a riempire gli stipetti dei pazienti con farmaci di nessuna utilità.
Un passo avanti è stato fatto dal Ministero della Salute diramando la lista delle procedure appropriate o non da utilizzare nella diagnostica. Ma non basta. Un faro educazionale dovrebbe essere acceso su questo problema.
Si assiste quindi ad un paradosso: pazienti che assumono fino a 10, 12 farmaci al giorno, di cui almeno il 30 per cento è inutile, a fronte di una mancata prescrizione, quando indicata, dei farmaci anticoagulanti orali per la prevenzione dell’ictus cardioembolico nella fibrillazione atriale. I pazienti con fibrillazione atriale, in grande maggioranza anziani, non ricevono un trattamento adeguato o non lo ricevono affatto in una percentuale che sta il 30 e il 40% .
E’ evidente il danno che può derivarne: incremento notevole dell’ictus ischemico con tutto quello che di drammatico può derivarne (morte, invalidità permanenti, stress di chi assiste questi malati, consumo di risorse sia personali che pubbliche etc). Quando poi finalmente gli anticoagulanti vengono prescritti si corre il rischio della scarsa aderenza, perché la politerapia, cioè assumere più di 5 farmaci al giorno, porta inevitabilmente, all’omissione o alla sospensione di farmaci salvavita come gli anticoagulanti. I nuovi anticoagulanti (NAO), che non necessitano di un monitoraggio di laboratorio, corrono quindi questo rischio che potrebbe essere significativamente ridotto se alla base ci fosse un’appropriatezza prescrittiva generale, cosa che manca in modo sostanziale. I costi dei NAO sono elevati? E’ vero, ma è stato calcolato che, con una proiezione a 5 anni, il risparmio si otterrà in modo significativo per la riduzione degli eventi ischemici ed emorragici. Si tratta solo di vedere un po’, ma neppure tanto, lontano. Quindi meno farmaci (inutili) ma più farmaci (utili).

Francesco Marongiu

Professore Ordinario di struttura complessa Medicina Interna ed Emocoagulopatie - Policlinico Universitario di Monserrato dell'Università di Cagliari

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PHOTO CREDITS: Flickr | Taki Steve

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