La molecola, finora valida terapia anti-diabete, ha mostrato risultati importanti anche nel trattamento dello scompenso cardiaco nelle persone senza la malattia cronica. I risultati dello studio DEPA-HF sono stati presentati al Congresso Europeo di Cardiologia di Parigi.

I pazienti scompensati potranno a breve avere un’arma in più: dapagliflozin, un inibitore SGLT2 utilizzato finora in persone con scompenso cardiaco e diabete, ha infatti dimostrato di essere efficace anche in chi non ha quest’ultima condizione.
I risultati dello studio DEPA-HF sono stati accolti dagli applausi alla presentazione avvenuta al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) di Parigi.
Lo studio hanno dimostrato che dapagliflozin, in aggiunta allo standard di cura, riduce del 26% (p<0.0001) il rischio di endpoint composito primario determinato da morte per causa cardiovascolare (-18%) o da peggioramento dello scompenso cardiaco (definito come ricovero ospedaliero o necessità di una visita urgente, -30%) rispetto al placebo. I risultati hanno inoltre dimostrato una riduzione in ognuno dei singoli componenti dell’endpoint composito.

Nello studio sono stati arruolati oltre 4.700 pazienti scompensati a ridotta frazione d’eiezione provenienti da 20 Paesi e randomizzati con dapagliflozin 10 mg (un farmaco orale in mono somministrazione giornaliera) o placebo in aggiunta alla terapia già in corso. Il follow up è stato di 18 mesi e l’endpoint primario è stato raggiunto nel 16,3% dei pazienti trattati con il farmaco anti-diabete contro il 21,2% di quelli del gruppo di controllo, con una riduzione nei due gruppi del 26%.

Resta da chiarire il meccanismo con cui questo farmaco funziona in questa popolazione di pazienti e sono in corso una serie di studi per indagarlo.
Michele Senni, direttore del Dipartimento cardiovascolare dell’Unità Complessa di Cardiologia I all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha commentato: “Lo scompenso cardiaco comporta il decesso della metà dei pazienti entro 5 anni dalla diagnosi e resta la prima causa di ricovero dopo il parto naturale. I risultati dello studio DAPA-HF rappresentano una svolta epocale nel trattamento dei pazienti che soffrono di questa patologia, con e senza diabete di tipo 2: dapagliflozin diventa infatti il primo farmaco di questa nuova classe a dimostrarsi efficace nel migliorare la prognosi, la qualità di vita del paziente. Anche l’ottimo profilo di sicurezza conferma come questa molecola possa diventare lo standard di cura per quei pazienti affetti da scompenso cardiaco con funzione sistolica ridotta”.

Michela Perrone

Redazione anticoagulazione.it

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