Nella recente nota dedicata all’inatteso insuccesso dell’aspirina a basse dosi per la prevenzione del rischio cardiovascolare ho indicato in uno stile di vita adeguato uno strumento molto più adeguato (e meno pericoloso!) di raggiungere il medesimo obiettivo.

L’attività fisica regolare è una componente importante di uno stile di vita adeguato, e difatti le evidenze a sostegno di un suo ruolo per la protezione dalle vasculopatie aterotrombotiche sono importanti e ben documentate.

Dato che la sedentarietà (spesso associata ad obesità) è generalmente riconosciuta come un importante fattore di rischio non solo di complicanze cardiovascolari ma anche di eventi tromboembolici venosi, sarebbe logico attendersi una protezione dell’attività fisica anche nei confronti del tromboembolismo venoso (TEV). Tuttavia, le evidenze a sostegno di questa ipotesi sono scarse ed inconclusive. Tra i fattori che, negli studi fin qui disponibili, hanno finito per precludere una attendibile valutazione dell’effetto dell’attività fisica sullo sviluppo di TEV ci sono il ruolo confondente svolto dall’obesità e la generale mancanza di misure per accertare la variazione delle abitudini dei soggetti testati nel corso del tempo, con il rischio che fluttuazioni dell’attività fisica di imprevedibile durata finiscano per condizionare il valore dell’associazione.

Ci soccorre un eccellente studio norvegese. Evensen et al hanno indagato l’associazione tra attività fisica ed incidenza di TEV registrando prospetticamente il follow-up di oltre 30.000 individui dell’area di Tromso inclusi in una serie di accurate osservazioni iniziate verso la metà degli anni ’901 [Figura 1].


Figura 1. Soggetti reclutati (punti) e periodi di osservazione (frecce)

L’aspetto più originale di questa osservazione è la capacità degli autori di testare ad intervalli frequenti e predeterminati il livello dell’attività fisica e di correlare gli eventi tromboembolici con la valutazione più recente. Inoltre, è stato accuratamente analizzato il ruolo confondente dell’obesità. In questionari predisposti ad hoc i partecipanti erano invitati ad esplicitare l’attività fisica svolta, definendone la durata (meno di 1 ora alla settimana, da 1 a 3 ore e > 3 ore) e l’intensità (‘moderata’, cioè in assenza di sudore o mancanza di respiro, od ‘intensa’). L’età media dei soggetti all’inclusione nel registro era 47 ± 15 anni, ed il 52.4% dei partecipati era di sesso femminile. Durante 341.451 anni-persone di follow-up (durata media per periodo di osservazione, 6.8 ± 1.6 anni), furono registrati 531 eventi di TEV (idiopatici nel 40% dei casi, provocati nei rimanenti), pari ad una incidenza cruda di 1.56 per 1000 anni-persone (95% CI: 1.43-1.69).

I risultati più importanti dell’osservazione sono qui di seguito riportati:

  1. In un modello aggiustato per età e sesso, gli individui attivi (definiti come coloro che svolgevano attività fisica per > 1 ora alla settimana) avevano una riduzione statisticamente significativa del rischio di eventi tromboembolici venosi (23%) nel confronto degli individui inattivi (HR = 0.77; 95% CI: 0.61 - 0.92). L’inserimento nel modello del BMI attenuava il vantaggio (16%) ma ne preservava la significatività. Il vantaggio non cresceva in rapporto al numero di ore dedicate all’attività fisica né era influenzato dall’intensità dell’attività stessa.
  2. Il risultato era condizionato in modo determinante dal vantaggio osservato negli individui di età > 65 anni, in cui la riduzione del rischio nei confronti degli individui inattivi raggiungeva il 30% (HR = 0.70; 95% CI: 0.55 - 0.88). Anche quando il calcolo era limitato agli anziani, l’inserimento nel modello del BMI attenuava il vantaggio (25%) ma ne preservava la significatività.
  3. L’entità della riduzione imputabile all’attività fisica era superiore per gli eventi provocati che per quelli spontanei. Gli anziani fisicamente attivi avevano una riduzione del 34% del rischio di eventi provocati nei confronti degli individui inattivi (HR = 0.66; 95% CI 0.50 - 0.89).

Commento. L’attività fisica regolare riduce non solo il rischio di cardiovasculopatie aterotrombotiche, ma anche quello di TEV. Il vantaggio è particolarmente evidente nei soggetti anziani e si mantiene anche quando l’analisi tiene conto del peso corporeo. Per il raggiungimento di tale desiderabile obiettivo non è richiesta un’attività intensa, ma regolare. Dopo aver tanto parlato di fattori di rischio di eventi tromboembolici venosi, oggi abbiamo speso una parola su ciò che può offrire un concreto aiuto a prevenirli. I colleghi norvegesi ce ne hanno fornito una eccellente dimostrazione.


Bibliografia

1) Evensen LH, Isaksen T, Hindberg K, Braekkan SK, Hansen JB. Repeated assessments of physical activity and risk of incident venous thromboembolism. J Thromb Haemost 2018 Sep 6. doi: 10.1111/jth.14287. [Epub ahead of print]


Paolo Prandoni

Dipartimento di Scienze Cardiologiche, Toraciche e Vascolari UOSD coagulopatie - Università di Padova

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