La segnalazione avvenuta in questi giorni di un importante contributo alla identificazione dei pazienti con embolia polmonare (EP) a rischio di evoluzione sfavorevole mi dà l’opportunità di affrontare un argomento di grande attualità e ricco di implicazioni pratiche. Ma come sempre preferisco far precedere alla descrizione dell’articolo alcune premesse, utili alla sua corretta interpretazione.

Un recente articolo comparso sul J Thromb Haemost a cura di alcuni ricercatori olandesi1 (Scheres LJJ et al. Sex-specific differences in the presenting location of a first venous thromboembolism. J Thromb Haemost 2017;15:1344-50) mi dà l’occasione per affrontare una tematica di grande attualità, ricca di implicazioni cliniche.

Per quanto sorprendente possa sembrare, la popolazione anziana non era stata quasi mai oggetto di indagini adeguate (intendo dire studi prospettici di coorte o trials clinici randomizzati) destinate a valutarne l’impatto sul beneficio/rischio della terapia anticoagulante dopo un episodio di tromboembolismo venoso (TEV).

Nonostante la sottostima dell’embolia polmonare (EP) continui ad essere di entità preoccupante, non c’è dubbio che il crescente ricorso all’angio-TAC stia portando alla individuazione di tale complicanza vascolare molto più frequentemente che in passato.

Calze si, calze no, quanto a lungo?

Parliamo delle calze elastocompressive (CE) per la prevenzione della sindrome post-tromboflebitica (PTS). Il loro uso ha goduto di alterna popolarità.

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