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È quanto emerso da uno studio austriaco che ha osservato 815 persone per 8.5 anni. Sebbene la protezione impartita da livelli ridotti di FXI non sia così elevata, i risultati consentono di guardare con ottimismo allo sviluppo di nuovi farmaci antitrombotici con target FXI.

Il fattore XI (FXI) è una proteina del sangue capace di innescare i meccanismi della coagulazione. Da anni è noto che livelli moderatamente elevati di FXI nel plasma siano associati al rischio di tromboembolismo venoso (TEV). Recentemente, alcuni ricercatori austriaci hanno studiato 815 pazienti con una precedente storia di TEV non provocato. I pazienti sono stati seguiti per 8.5 anni dopo l’evento per valutare se ridotti livelli di FXI nel plasma proteggessero quei pazienti dalla recidiva di TEV. I risultati confermano l’ipotesi. I risultati consentono di guardare con fiducia allo sviluppo di farmaci antitrombotici che hanno come target il FXI.

Il fattore XI (FXI) della coagulazione è una delle proteine del sangue che, a seguito di attivazione da parte di piccole quantità di trombina, è capace di innescare i meccanismi intrinseci della coagulazione, funzionali alla produzione massiva di trombina e alla conversione del fibrinogeno in fibrina. Da anni è noto che livelli moderatamente elevati di FXI nel plasma siano associati al rischio di tromboembolismo venoso (TEV). Recentemente, alcuni ricercatori austriaci1 hanno studiato 815 pazienti con una precedente storia di TEV non provocato. I risultati confermano l’ipotesi.

In particolare, lo studio dimostra che per una riduzione dei livelli di FXI del 10%, corrisponde un rischio relativo di recidiva (HR) di 0.94 (limiti di confidenza 0.84-0.99). Inoltre, la probabilità di recidiva di TEV è inferiore nei pazienti con FXI inferiore al 34° percentile della distribuzione, rispetto a quelli con FXI più elevato. Infine, lo studio dimostra che i livelli di FXI nella popolazione studiata sono significativamente associati ai livelli di D dimero. Il fatto che il D dimero sia un indice di attivazione della coagulazione, supporta il concetto che il FXI sia uno dei determinanti dell’attivazione della coagulazione e che quindi la sua riduzione possa essere un fattore protettivo per la recidiva di TEV. Pur riconoscendo che la protezione impartita dai livelli ridotti di FXI dimostrata da questo studio non sia così elevata, i risultati consentono di guardare con fiducia allo sviluppo di farmaci antitrombotici che hanno come target il FXI. Studi clinici recenti su pazienti sottoposti a interventi di chirurgia al ginocchio, hanno in effetti dimostrato che inibire in maniera controllata la sintesi di FXI è un intervento più efficace della somministrazione di eparina a basso peso molecolare (EBPM) per la protezione dal TEV post-operatorio2. I farmaci antagonizzanti il FXI avrebbero rispetto all’EBPM e altri anticoagulanti di largo uso un ridotto rischio emorragico a fronte di una uguale o maggiore efficacia.


Bibliografia

  1. Kyrle PA, et al. Factor XI and recurrent venous thrombosis: an observational cohort study. J Thromb Haemost 2019; https://doi.org/10.1111/jth.14415.
  2. Buller HR, et al. Factor XI antisense oligonucleotide for prevention of venous thrombosis. N Engl J Med 2015; 372: 232–40.

Armando Tripodi

Professore Ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano

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