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Uno degli studi che negli anni novanta ha maggiormente contribuito alle nostre conoscenze sull’associazione tra cancro e trombosi venose veniva dalla California.

Utilizzando il registro californiano sul cancro (California Cancer Registry), gli autori avevano analizzato i dati pubblicati tra il 1993 e il 1995 e avevano riportato che le popolazioni a maggior rischio di sviluppare trombosi erano, nell’ordine, quelle con neoplasie metastatizzate di pancreas, stomaco, vescica, utero, rene e polmone.

Nell’occasione del congresso ICTHIC, tenutosi a Bergamo tra il 13 e il 15 aprile, è stato presentato un aggiornamento relativo al periodo compreso tra il 2005 e il 2014. Sono stati inclusi tutti i pazienti con una prima diagnosi di cancro ed esclusi quelli con un precedente evento tromboembolico venoso, per un totale di 762.184 pazienti. Di questi, 29.347 (il 3.9%) hanno sviluppato una trombosi venosa e nella maggior parte dei casi (62.3%) si è trattato di embolia polmonare. Le trombosi distali isolate degli arti inferiori sono risultate più frequenti di quelle prossimali (23.1% contro 14.6%). L’incidenza più elevata di trombosi è stata documentata nei pazienti con tumori metastatizzati di utero, pancreas e ovaio (incidenza cumulativa a 24 mesi superiore al 6%). Molto elevata anche l’incidenza di trombosi nei pazienti con tumori cerebrali (5.2%). I tumori invece con l’incidenza più bassa, anche quando avanzati, sono risultati nell’ordine prostata, linfoma non Hodgkin, mammella e mieloma. Tra i tumori invece nel primo stadio di malattia, quelli con la maggior incidenza di trombosi sono risultati essere pancreas, ovaio e polmone, con un’incidenza compresa tra 2.8 e 2.2%. Tutte le trombosi, indipendentemente dalla sede, erano associate ad un maggior rischio di mortalità.

I risultati di questo studio hanno in parte confermato quanto sapevamo, in particolare che i tumori in fase più avanzata sono associati ad un maggior rischio di trombosi, che alcuni tipi di tumori sono maggiormente pericolosi per l’insorgenza di queste complicanze e che l’insorgenza di trombosi rappresenta un marcatore di prognosi sfavorevole importante. Gli aspetti più interessanti di questo nuovo studio sono rappresentati dall’elevata prevalenza di embolia polmonare (due terzi dei pazienti con tromboembolismo venoso, contro circa un terzo nei pazienti non oncologici) e dalla conferma che anche le trombosi venose distali isolate sono marcatori prognostici sfavorevoli per mortalità. Il primo dato conferma un chiaro trend osservato in questi anni. I pazienti oncologici sono regolarmente sottoposti a TAC di stadiazione, le quali negli ultimi anni sono diventate sempre più accurate e in grado di evidenziare emboli in vasi molto piccoli. L’esecuzione di questi esami porta a un crescente riscontro incidentale di embolie polmonari non sospettate clinicamente. Queste embolie a volte sono realmente asintomatiche, altre volte i pazienti rivelano sintomi come ad esempio la dispnea che erano stati attribuiti alla malattia oncologica di base. Ciò che conta è che le embolie polmonari diagnosticate incidentalmente durante gli esami di stadiazione hanno un rischio di recidiva simile a quello delle embolie polmonari sintomatiche e quindi, pur con qualche eccezione, andrebbero trattate nello stesso modo.


Bibliografia
Brunson AM et al. Cancer associated venous thromboembolism: incidence and impact on survival. Thromb Res 2018(164):S178,OC-01