Le linee guida 2026 AHA/ACC/ACCP/ACEP/CHEST/SCAI/SHM/SIR/SVM/SVN, dedicate alla valutazione e al trattamento dell’embolia polmonare (EP) acuta e disponibili da alcune settimane, rappresentano il più rilevante riassetto concettuale del settore dall’epoca della distinzione fra embolia “massiva”, “submassiva” e “a rischio alto, intermedio o basso” (1).
Non si tratta soltanto di un aggiornamento incrementale, ma di un documento de novo, esplicitamente costruito per accompagnare il clinico lungo l’intero percorso assistenziale, dall’esordio sintomatologico al follow-up. A tal fine introduce una grammatica nuova: quella delle “AHA/ACC Acute Pulmonary Embolism Clinical Categories”. L’ambizione è quella di una revisione strutturale del paradigma clinico, che ridefinisce non solo il come trattare, ma soprattutto il come pensare il paziente con EP.
Se le linee guida europee ESC 2014 e 2019 (2,3) avevano rappresentato un importante affinamento della stratificazione prognostica e dell’approccio terapeutico, il documento del 2026 introduce una visione più ampia, dinamica e integrata, centrata sul concetto di percorso clinico e sulla reale eterogeneità dei quadri clinici. Le linee guida ESC avevano articolato i pazienti in categorie di rischio basso, intermedio-basso, intermedio-alto e alto, enfatizzando il ruolo degli score clinici (PESI/sPESI), dei biomarcatori e della disfunzione ventricolare destra (VD). Avevano inoltre consolidato l’impiego del D-dimero corretto per età o adattato alla probabilità clinica, il ruolo dei DOAC nei pazienti eleggibili, l’algoritmo diagnostico in gravidanza e una visione più strutturata del follow-up post-embolia.
Le linee guida americane 2026 compiono un passo ulteriore: non si limitano a classificare il rischio di morte precoce, ma mirano a descrivere in modo più aderente la fisiopatologia e la clinica reale del paziente con EP. Il documento sottolinea come le precedenti categorie fossero divenute insufficienti a cogliere l’eterogeneità degli esiti, le presentazioni dominate dalla compromissione respiratoria rispetto a quella emodinamica e, soprattutto, gli stati di insufficienza cardiopolmonare incipiente o di “instabilità preclinica”.
È inoltre evidente la necessità di una maggiore granularità nell’inquadramento del paziente con EP acuta, alla luce dei progressi tecnologici e della crescente disponibilità di terapie avanzate (in particolare trombolisi catetere-diretta e trombectomia meccanica). Da qui nasce il nuovo sistema A–E, con sottocategorie e con l’aggiunta, intelligente, di un modificatore respiratorio “R”.
Le nuove categorie
Le nuove categorie includono:
Categoria A: embolia incidentale e asintomatica
Categoria B: pazienti sintomatici a basso rischio (B1: EP subsegmentaria; B2: EP segmentaria)
Categoria C: pazienti sintomatici con elevata severità clinica (C1: normale funzione del ventricolo destro e biomarcatori negativi; C2: disfunzione del ventricolo destro o ≥1 biomarcatore alterato; C3: disfunzione del ventricolo destro e ≥1 biomarcatore alterato; per tutti con o senza modificatore respiratorio)
Categoria D: insufficienza cardiopolmonare incipiente (D1: ipotensione transitoria; D2: shock normoteso; per tutti con o senza modificatore respiratorio)
Categoria E: insufficienza cardiopolmonare conclamata (E1: ipotensione persistente o ricorrente con shock cardiogeno; E2: shock cardiogeno refrattario o arresto cardiaco; per tutti con o senza modificatore respiratorio)
Questo sistema supera la logica esclusivamente prognostica per abbracciare una dimensione fisiopatologica e dinamica, consentendo una migliore integrazione tra diagnosi, decisione terapeutica e setting assistenziale. Si tratta di una tassonomia apparentemente più complessa, ma di grande portata pratica: riordina il triage, il setting di cura, l’intensità del monitoraggio, l’eventuale trasferimento interospedaliero, la scelta delle terapie avanzate e la pianificazione del follow-up.
Il messaggio operativo è chiaro: i pazienti con EP di Categoria A possono essere dimessi dal pronto soccorso senza ospedalizzazione; i pazienti di Categoria B, cioè sintomatici ma con basso punteggio di severità, sono generalmente candidati a dimissione precoce; mentre le Categorie C, D ed E richiedono ricovero, con intensità crescente di sorveglianza e trattamento. Si tratta della formalizzazione di un principio già noto, ora integrato in un modello strutturato di percorso clinico.
Diagnosi e imaging
Sul piano diagnostico, le linee guida 2026 confermano e consolidano molte delle innovazioni introdotte nelle linee guida europee 2019. Nei pazienti a bassa o intermedia probabilità clinica, stimata mediante strumenti di decisione clinica (Wells, Geneva, PERC), il D-dimero corretto per età viene ribadito come strumento efficace per escludere l’EP ed evitare il ricorso all’angio-TC polmonare (CTPA). L’algoritmo YEARS viene ulteriormente valorizzato e formalmente integrato nell’iter diagnostico, così come la sua versione adattata in gravidanza.
Questi strumenti sono promossi come strategie di de-escalation diagnostica, con l’obiettivo di ridurre l’uso eccessivo delle metodiche di imaging.
Le linee guida 2026 assumono inoltre una posizione più netta nella scelta dell’imaging: la CTPA è raccomandata in preferenza alla scintigrafia ventilo/perfusoria (V/Q) per confermare la diagnosi, mentre la V/Q SPECT è preferita alla V/Q planare nei contesti in cui sia utilizzata.
Particolarmente rilevante è la raccomandazione in gravidanza: in presenza di criteri YEARS suggestivi, radiografia del torace normale, indicazione a procedere all’imaging, una CTPA a bassa dose è considerata preferibile alla scintigrafia perfusoria a bassa dose. Si tratta di un’indicazione destinata a suscitare discussione, ma che formalizza un orientamento già ampiamente diffuso nella pratica clinica.
Un ulteriore elemento di valore è l’enfasi sulla standardizzazione del referto radiologico. Le linee guida raccomandano di riportare il rapporto numerico RV/LV, preferendolo alla valutazione soggettiva della dilatazione del ventricolo destro. Inoltre, suggeriscono di segnalare eventuali segni di embolia cronica — quali webs intravascolari, retrazione o dilatazione dell’arteria polmonare, dilatazione delle arterie bronchiali, ipertrofia del ventricolo destro o appiattimento del setto — utili per identificare precocemente i pazienti a rischio di sequele croniche, inclusa la malattia tromboembolica cronica (CTEPD).
Si tratta di un elemento apparentemente radiologico, ma con rilevanti implicazioni cliniche: consente una valutazione prognostica immediata, contribuisce a ricostruire la storia tromboembolica del paziente e il rischio di possibili sequele croniche orientando il follow-up e la gestione a lungo termine.
Terapia e organizzazione
Sul versante terapeutico emerge una maggiore coerenza e gerarchizzazione delle scelte. Nei pazienti che richiedono anticoagulazione parenterale iniziale, l’eparina a basso peso molecolare (EPBM) è preferita rispetto all’eparina non frazionata (ENF), anche in contesti clinici più severi (categorie C1–E1) e nei pazienti candidati a procedure endovascolari. L’ENF rimane indicata prevalentemente nei pazienti con shock cardiogeno refrattario o arresto cardiaco (categoria E2).
I DOAC restano raccomandati come prima scelta nei pazienti eleggibili.
La principale novità riguarda la collocazione delle terapie avanzate. Trombolisi sistemica, trombolisi catetere-diretta, trombectomia meccanica ed embolectomia chirurgica sono raccomandate soprattutto nei pazienti in Categoria E1 e considerate nei pazienti in Categoria D1–D2.
La nuova classificazione tenta così di superare i limiti delle categorie di rischio tradizionali — ad esempio nei pazienti a rischio intermedio-alto, spesso caratterizzati da un decorso benigno con la sola anticoagulazione — e di identificare meglio quell’area grigia rappresentata dai pazienti in shock normoteso o da quelli in prevedibile o attuale rapido deterioramento, frequentemente sottotrattati o gestiti in modo eterogeneo.
Inevitabile conseguenza di questa nuova “grammatica” dell’EP acuta è la conferma del ruolo strategico dei PERT (Pulmonary Embolism Response Teams). L’EP viene definitivamente riconosciuta come una patologia multidisciplinare, che coinvolge pronto soccorso, medicina interna, pneumologia, cardiologia, radiologia interventistica, terapia intensiva e chirurgia. In questo contesto, l’esito clinico dipende non solo dalla terapia, ma dalla capacità del sistema di organizzare tempestivamente l’appropriato percorso assistenziale.
Follow-up e prospettive
Un ulteriore elemento di avanzamento riguarda il follow-up. Le linee guida ESC 2019 avevano già ampliato l’orizzonte oltre la sola ipertensione polmonare tromboembolica cronica (CTEPH), proponendo una visione più organica delle limitazioni funzionali post-embolia. Le linee guida 2026 rafforzano questo indirizzo e raccomandano una valutazione clinica strutturata per almeno 12 mesi, con particolare attenzione ai sintomi persistenti e alle limitazioni funzionali, al fine di identificare precocemente CTEPD o altre cause di dispnea cronica. Si tratta di un passaggio culturale decisivo: l’EP non si esaurisce con la dimissione, e il successo terapeutico non può essere misurato esclusivamente sulla sopravvivenza a breve termine.
Conclusioni
In sintesi, le linee guida 2026 segnano il passaggio da una medicina centrata sulla classificazione del rischio a una medicina centrata sul percorso del paziente. Il clinico non è più chiamato solo a stimare la probabilità di morte precoce, ma a identificare il fenotipo clinico, scegliere il setting assistenziale, integrare rapidamente competenze multidisciplinari e pianificare il follow-up.
L’EP viene così definitivamente riconosciuta come una patologia multidisciplinare e tempo-dipendente. In questo senso, il documento rappresenta non solo un aggiornamento scientifico, ma un vero cambio di paradigma operativo.
In attesa delle future linee guida europee, è già evidente come questo documento abbia iniziato a modificare il nostro approccio clinico. La sfida è ora quella di tradurre questa nuova “grammatica” nella pratica quotidiana, mantenendo un equilibrio tra precisione decisionale e sostenibilità organizzativa.
Bibliografia
- Writing Committee Members, Creager MA, Barnes GD, et al. 2026 AHA/ACC/ACCP/ACEP/CHEST/SCAI/SHM/SIR/SVM/SVN Guideline for the Evaluation and Management of Acute Pulmonary Embolism in Adults: A Report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee on Clinical Practice Guidelines. Circulation. 2026;153(12):e977-e1051. doi:10.1161/CIR.0000000000001415
- Konstantinides SV, Torbicki A, Agnelli G, et al. 2014 ESC guidelines on the diagnosis and management of acute pulmonary embolism. Eur Heart J. 2014;35(43):3033-3069k. doi:10.1093/eurheartj/ehu283
- Konstantinides SV, Meyer G, Becattini C, et al. 2019 ESC Guidelines for the diagnosis and management of acute pulmonary embolism developed in collaboration with the European Respiratory Society (ERS): The Task Force for the diagnosis and management of acute pulmonary embolism of the European Society of Cardiology (ESC). Eur Respir J. 2019;54(3):1901647. Published 2019 Oct 9. doi:10.1183/13993003.01647-2019

