Oltre al loro ruolo nella coagulazione, questi frammenti di cellule possono anche contribuire all’infiammazione in alcune patologie come l’aterosclerosi e il diabete. Tre ricerche italiane hanno cercato di approfondire questi aspetti, a partire dalle mutazioni genetiche.

Durante l’ultimo congresso della Società Italiana per lo Studio dell’Emostasi e della Trombosi (SISET), svoltosi in modalità virtuale dal 5 al 7 Novembre 2020, sono emerse importanti novità che hanno contribuito a evidenziare il coinvolgimento delle piastrine in molteplici processi fisiologici e patologici. Infatti, oltre al loro ruolo nell’emostasi e nella trombosi, le piastrine agiscono come cellule infiammatorie in condizioni patologiche in cui l’infiammazione subclinica cronica svolge un ruolo fondamentale, tra cui l’aterosclerosi e il diabete.

Il team di ricerca dell’Università di Perugia diretto dal Prof. Paolo Gresele ha descritto per la prima volta come alcune varianti genetiche comuni che influenzano l’espressione di alcuni recettori piastrinici di superficie, presenti ad alta frequenza nella popolazione sana (i così detti polimorfismi genetici), possano giocare un ruolo chiave nel determinare la gravità del sanguinamento nei pazienti con emofilia, una malattia ereditaria che non coinvolge le piastrine ma i fattori della coagulazione. In particolare, la presenza di una particolare combinazione di polimorfismi genetici che sembrano aumentare la reattività piastrinica è risultata essere significativamente più frequente nei pazienti con minor tendenza al sanguinamento. Questo dimostra che le piastrine possono contribuire al fenotipo emorragico dei pazienti con emofilia e che conoscere il genotipo piastrinico dei pazienti con emofilia potrebbe essere utile per prevederne il rischio emorragico.

Lo stesso team ha anche studiato alcuni nuovi meccanismi che causano la trombocitopenia in pazienti con trombocitopenia immune (ITP). In particolare si è visto che gli anticorpi anti GPIa/IIa ostacolano la maturazione dei megacariociti, i precursori midollari delle piastrine, e che inoltre i megacariociti in presenza di questi anticorpi non aderiscono propriamente alle proteine midollari, non migrano attraverso esse e non generano correttamente piastrine, contribuendo così a determinare il ridotto conteggio piastrinico tipico di questi pazienti.

Il gruppo dell’Università di Chieti diretto dalla Prof.ssa Santilli ha dimostrato l’esistenza di differenze nel profilo di espressione di alcuni microRNA, molecole di acido nucleico che riescono a regolare l’espressione di diverse proteine, nelle piastrine dei pazienti con diabete mellito di tipo 2 (T2DM) che non rispondono al trattamento con aspirina rispetto a pazienti diabetici che rispondono al trattamento. Quindi, differenze nel profilo di espressione dei microRNA piastrinici possono determinare una maggiore o minore risposta di inibizione dell’aggregazione piastrinica al trattamento con aspirina in pazienti con T2DM e conoscere questo profilo potrebbe essere fondamentale per adattare la terapia antipiastrinica al singolo paziente.

Infine, i ricercatori dell’Università di Milano guidati dalla Prof.ssa Marina Camera ha proposto un potenziale link tra i livelli circolanti di PCSK9, una proteina con un ruolo chiave nel metabolismo del colesterolo, e la reattività piastrinica nei pazienti con diabete. Il gruppo ha dimostrato che le piastrine contengono PCSK9 e possono anche internalizzare la proteina circolante nel plasma, che PCSK9 aumenta la risposta di attivazione piastrinica agli stimoli e che le piastrine dei pazienti con angina stabile (SA) associata a T2DM contengono il doppio di PCSK9 rispetto ai pazienti con sola SA suggerendo un ruolo importante di PCSK9 nel determinare la iper-reattività piastrinica in pazienti con SA e T2DM.

 

A cura di

Loredana Bury

Ricercatrice – Università di Perugia – Dipartimento di Medicina e Chirurgia – Sezione di Medicina Interna e Cardiovascolare Centro Emostasi e Trombosi