Nel corso del congresso della International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH), che si è svolto a Dublino, è stata trattata anche la gestione peri-operatoria della terapia anticoagulante. In particolare il Prof. Peter Verhamme dell’Università di Leuven, in Belgio, ha riassunto le attuali evidenze su questo argomento.

La sindrome post-trombotica (PTS) è una condizione cronica che si sviluppa nel 25-50% dei pazienti dopo un episodio di trombosi venosa profonda degli arti inferiori.

L’insufficienza renale cronica è comune nei pazienti con fibrillazione atriale (FA). Un Registro Europeo ha riportato una prevalenza di insufficienza renale lieve nel 47% e moderata-severa nel 18% dei pazienti con FA1.

L’importante ruolo dell’aspirina a basse dosi (ASA) è ben noto nella prevenzione degli eventi cardio-cerebrovascolari, quali ictus, attacchi ischemici transitori e sindromi coronariche acute. D’altra parte, invece, l’utilizzo dell’ASA nella prevenzione degli eventi tromboembolici venosi (TEV) è sempre stato piuttosto dibattuto, a causa della mancanza di forti evidenze in tal senso.

È noto come l’aspirina a basse dosi (ASA) sia raccomandata da numerose linee guida basate sull’evidenza per prevenire gli eventi ischemici in pazienti affetti da una patologia cardiovascolare (ad esempio malattia coronarica, ictus o arteriopatia periferica).

Molti studi hanno evidenziato come le trombosi venose possano essere la prima manifestazione clinica di una neoplasia occulta.

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