Utilizzare il sangue di una persona guarita per combattere un virus è una tecnica conosciuta e utilizzata da anni. All'ultimo congresso SISET si è discusso se la trasfusione può essere utile anche per la pandemia in corso.


Uno dei simposi ha discusso i problemi relativi al trattamento del COVID-19 mediante il plasma di pazienti convalescenti e delle immunoglobuline iperimmuni. Il simposio ha visto il contributo di tre esperti sulla materia: Marco Marietta (Modena), che ha discusso la patogenesi della condizione clinica; Anna Falanga (Bergamo) e Steven Spitalnick (New York), che hanno discusso lo stato dell’arte sull’uso del plasma convalescente e delle immunoglobuline iperimmuni, rispettivamente.

IN BREVE...
Da tempo è nota l’efficacia del plasma di una persona convalescente per combattere la malattia in qualcun altro. Il campione di chi ha già affrontato la patologia, infatti, possiede gli anticorpi utili per combattere l’agente patogeno. Nella pandemia in corso, si sta studiando molto questo aspetto, poiché ancora non esistono vaccini per il COVID-19. L’uso del plasma convalescente è affiancato dai derivati diretti o indiretti del plasma, che le moderne tecnologie consentono: le immunoglobuline iperimmuni e gli anticorpi monoclonali. Sebbene sia plausibile che questi siano efficaci, occorrono studi clinici a supporto. Molti studi, iniziati in ritardo, perché non eseguibili per ovvii motivi nella primissima fase della pandemia (non c’erano pazienti convalescenti), sono in corso e solo per alcuni di essi sono disponibili i risultati. Uno dei più recenti ha concluso  che il trattamento dei pazienti COVID-19 con plasma convalescente non aggiunge nulla al risultato che si ottiene con i trattamenti standard finora praticati.
Da questo si capisce come un fatto assolutamente plausibile dal punto di vista biologico non si possa tradurre automaticamente nella pratica. Forse alcuni dei limiti del lavoro potranno essere superati dall’uso di immunoglobuline iperimmuni, che avrebbero rispetto al plasma convalescente il vantaggio di essere più concentrate e specifiche del plasma, o dagli anticorpi monoclonali che da esse derivano e che avrebbero l’enorme vantaggio di essere prodotti in quantità industriale, sempre uguali a se stessi.


L’uso del plasma convalescente per il trattamento delle condizioni cliniche conseguenti alle infezioni da agenti patogeni, è noto da moltissimi anni e si fonda sul razionale che il plasma da soggetto convalescente, possieda gli anticorpi contro l’agente patogeno (in questo caso contro il SARS-CoV-2) ed è, pertanto, un mezzo di pronto intervento per neutralizzare l’azione dell’agente virale.
La storia delle pandemie che si sono susseguite nei secoli racconta di situazioni, riprese anche dal cinema, nelle quali l’uso di trasfusione di sangue (o plasma) dai soggetti che avevano superato con successo la malattia ai soggetti affetti dall’infezione è stata vista come una possibilità di salvare vite umane. Si potrebbe pensare che questo accadesse in un’epoca nella quale i vaccini per prevenire l’infezione e le terapie per curarne gli esiti erano relativamente scarsi o assenti. Purtroppo, considerato lo sviluppo veloce del COVID-19, mancano ancora i vaccini e le terapie antivirali (come sappiamo) sono ancora relativamente scarse. Ecco allora che torna d’attualità l’uso del plasma convalescente, ma anche dei derivati diretti o indiretti del plasma, che le moderne tecnologie consentono: le immunoglobuline iperimmuni e gli anticorpi monoclonali.

Dai lavori del simposio è emerso che ci sia certezza sulla plausibilità biologica per l’uso di queste strategie di contrasto al COVID-19. Tuttavia, come è oramai consolidato nella pratica clinica, non tutto ciò che è plausibile da un punto di vista biologico si rivela poi utile ai fini del trattamento dei pazienti. Solo uno studio randomizzato può dare solidità alla plausibilità biologica.
Molti studi sono ora in corso e solo per alcuni di essi sono disponibili i risultati. Uno dei più recenti è stato pubblicato dal NEJM e conclude che il trattamento dei pazienti COVID-19 con plasma convalescente non aggiunge nulla al risultato che si ottiene con i trattamenti standard finora praticati. Questi risultati non sono del tutto inaspettati ma non tolgono valore alla plausibilità biologica.

Ci sono diversi aspetti che vanno considerati. Primo fra tutti il momento nel quale si inizia il trattamento. Il momento nel quale si inizia il trattamento è di fondamentale importanza: un paziente trattato precocemente (all’inizio dell’infezione) ha molte più probabilità di giovare degli anticorpi contenuti nel plasma convalescente rispetto a uno che è trattato nella fase avanzata dell’infezione, quando il danno agli organi interessati è già avvenuto ed è probabilmente irreversibile. In considerazione di questo aspetto, il plasma convalescente dovrebbe essere usato nei soggetti che sono sicuramente venuti a contatto stretto con un soggetto positivo, nel tentativo di spegnere il virus prima che questo inizi la sua replicazione. Si capisce però come questo approccio sia complicato da una serie di ostacoli, primo fra tutti la tempestività e certezza della diagnosi di positività.
Inoltre, la scelta del plasma convalescente è cruciale: non tutti i donatori selezionati hanno la stessa carica anticorpale e in ogni caso la carica (titolo) deve essere misurata e, al momento, non c’è ancora certezza sui metodi più idonei per farlo.
Da tutto ciò si capisce come un fatto assolutamente plausibile dal punto di vista biologico non si possa tradurre automaticamente nella pratica. Forse alcuni dei limiti di cui sopra potranno essere superati dall’uso di immunoglobuline iper-immuni che avrebbero, rispetto al plasma convalescente, il vantaggio di essere più concentrate e specifiche del plasma, o dagli anticorpi monoclonali che da esse derivano e che avrebbero l’enorme vantaggio di essere prodotti in quantità industriale, sempre uguali a sé stessi.

La storia si incaricherà di dire come finirà questa vicenda. Forse con l’arrivo del vaccino, tutti questi presidi terapeutici contro COVID-19 non saranno più necessari, ma tutto ciò che abbiamo imparato sarà patrimonio della scienza e potrà essere utilizzato in altri campi della medicina.


Bibliografia

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