Flavia Franzoni Prodi lancia un messaggio dal 3° convegno di Anticoagulazione.it: attenzione a non abbassare mai la guardia: il coagulometro è uno strumento utilissimo, ma rischia di far sentire il paziente un po’ troppo autonomo e spingerlo a sottovalutare l’importanza dell’attenzione a se stessi.

“Cosa manca di più a mio figlio? Non poter giocare a calcio con gli amici”. Lisa Bigolin è la mamma di Leonardo, 7 anni, cardiopatico dalla nascita.

Una volta c’era solo il warfarin. Questo farmaco salvavita ha fatto sì che milioni di persone nel mondo potessero condurre una vita tranquilla, tenendo sotto controllo patologie gravi, quali: infarto miocardico acuto, tromboembolismo venoso (TEV), fibrillazione atriale e ictus.

Finalmente abbiamo salutato con piacere la lunga e caldissima estate di questo 2017 che ha dato non pochi problemi anche ai pazienti in TAO (Terapia Anticoagulante Orale).

La terapia anticoagulante diventa una irrinunciabile compagna di vita in caso di tromboembolismo venoso, infarto e per la prevenzione dell’ictus cerebrale in pazienti affetti da fibrillazione atriale. E in Italia sono oltre un milione le persone in trattamento anticoagulante cronico.

Tutti noi "anticoagulati" sappiamo bene che il warfarin e i nuovi anticoagulanti orali (NAO) sono per noi dei salvavita. Essere in terapia anticoagulante vuol dire avere un buon compagno di vita, col quale abbiamo tutti i giorni a che fare e dunque dobbiamo essere consapevoli della sua importanza.

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