Recuperare la cultura umanistica a integrazione di quella scientifica è oggi più che mai urgente: alle necessarie competenze in ambito medico i professionisti della salute dovrebbero infatti affiancare anche quelle più filosofiche o etiche, soprattutto per quello che riguarda il rapporto e la comunicazione con il paziente.


Cultura umanistica e cultura scientifica sono davvero due entità radicalmente separate? Fino a che punto la sempre maggiore rapidità e mutevolezza delle acquisizioni scientifiche può oggi fare a meno delle necessarie capacità critiche, conferite soprattutto dalle scienze umane? E di conseguenza, di fronte alla frammentazione tecnologica della Medicina moderna, come ritrovare il contatto con il paziente nella sua complessità fisica e psichica? A queste, e a molte altre domande pertinenti, hanno risposto docenti ed esperti di riconosciuto valore internazionale durante il convegno “Medicina clinica, un ritorno alle scienze umane?” che si è svolto a Bologna, il 26 e 27 ottobre 2018.

Dalla due giorni è emersa la necessità un nuovo linguaggio che permetta di far comprendere al pubblico la complessità e la dinamicità della scienza medica e delle sue applicazioni all’essere umano.Il coinvolgimento della persona assistita è divenuto infatti estremamente importante sia in stato di salute che di malattia. In questo contesto è emersa tutta l’importanza del rapporto medico-paziente, anche nelle terapie di supporto e nelle terapie termali, che coniugano azioni preventive e riabilitative in armonia con l’ambiente (S. Coccheri Bologna).
Durante l’evento è stata anche approfondita la differenza tra il rischio di malattia oggettivamente calcolato, e la percezione soggettiva del rischio e della probabilità di malattia. Poiché l’incertezza è nostra compagna di vita, le nostre decisioni richiedono un’attenta valutazione di tutti gli eventi e circostanze pertinenti. La probabilità rappresenta proprio la misura della nostra incertezza. Così, nella trasmissione dei concetti di probabilità e di rischio alla persona assistita, dobbiamo considerare le esperienze personali e il carattere di chi ci ascolta, in sostanza il suo “vissuto”: si giunge così al concetto di “Probabilità soggettiva” già intuito dal grande matematico italiano Bruno de Finetti nel corso del 1900 (Giuseppe Anichini, Firenze e David Teira, Madrid).


Comunicazione con il paziente e dubbi etici

Se è vero che le caratteristiche indispensabili dell’esperimento scientifico sono la replicabilità e la riproducibilità, nella ricerca clinica attuale queste proprietà diventano sempre più rare perché tutte le condizioni influenti cambiano con una velocità mai conosciuta prima. Questa concezione dinamica delle “verità in divenire” proprie della medicina clinica deve essere trasmessa alla persona assistita, che altrimenti potrebbe rimanere disorientata finendo per rivolgersi alle medicine alternative. Per invertire questa tendenza occorre cambiare appunto il nostro linguaggio. Anziché divulgare e semplificare, si deve far capire la complessità dei problemi medici, ma sempre lasciando all’assistito uno spiraglio di speranza anche nelle situazioni più critiche e terminali, come rimarcato nel dialogo tra il chirurgo Ingo Herrmann e la filosofa Maria Carla Gadebusch-Bondio (Bonn). Questo colloquio ha dato rilievo ad un caso assai grave di patologia neoplastica, durante il decorso del quale si sono presentati forti dubbi sulla comunicazione all’assistito della natura maligna della diagnosi, della gravità della prognosi, del rischio e dell’incerto risultato dell’operazione. Quanto, come e quando dire la verità, affinché il consenso dell’assistito sia realmente informato e quindi collaborativo?
Simili problemi etici e di comunicazione non si presentano soltanto nella medicina individuale: Giovanni De Gaetano (Isernia) ha portato l’esempio di un grande studio di medicina preventiva in una popolazione di soggetti sani, lo studio detto dei Moli-sani. Attraverso una serie di approcci sia diretti, che mediati attraverso istituzioni, comunità religiose, associazioni e sindacati, i promotori sono riusciti a ottenere un consenso sempre crescente dalla popolazione del Molise, registrando una straordinaria adesione dei cittadini, che sono così diventati non oggetti, ma soggetti e co-autori dello studio.
Gli errori che derivano dalla eccessiva ripetizione di studi farmacologici in soggetti sani sono stati poi con chiarezza descritti da Raffaele De Caterina (Pisa.)


Medicina complementare, non alternativa!

La relazione sul controllo di qualità degli alimenti presentata da Sabrina Angelini del gruppo del Prof Cantelli Forti (Bologna) ha richiamato l’attenzione su importanti e scottanti problemi dietetici e di sicurezza alimentare. La sorveglianza sugli alimenti è un fattore essenziale per la salute e il benessere della popolazione: deve quindi essere indipendente ed efficace, senza demonizzare alcun alimento ma ricercando sempre il giusto equilibrio tra i vari nutrienti.
Edzard Ernst (Exeter, UK) pur sostenendo la sostanziale inefficacia delle Medicine alternative, ha ricordato che il rapporto medico-paziente, in questo contesto, viene coltivato e valorizzato in maniera particolare, al fine di mantenere l’affezione dell’assistito deluso dalla medicina “ufficiale”.
Tra le terapie complementari di supporto si è data particolare attenzione alla terapia palliativa e del dolore (Guido Biasco Bologna), e alla terapia termale, che non è affatto alternativa, ma piuttosto complementare e sequenziale. Esistono già, per esempio, indicazioni sulle acque sulfuree per le bronchiti croniche e ricorrenti, la sordità rinogena, le malattie reumatiche croniche e alcune malattie della pelle. Ma alcune ricerche sperimentali presentate a Bologna suggeriscono anche possibili benefici di tali acque nella prevenzione di malattie croniche altamente invalidanti, quali alcuni deficit cognitivi, e varie forme di osteopenia ed osteoporosi, come si deduce dagli studi di Ferdinando Mannello (Urbino) Maurizio Memo (Brescia) Daniela Giuliani (Modena) e Francesco Grassi (Bologna). Ci auguriamo che queste ricerche preliminari possano essere confermate, nel prossimo futuro, da adeguati e rigorosi studi clinici.

Sergio Coccheri

Professore Ordinario di Angiologia, Università di Bologna

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