Dicembre, è tempo di festività: ma è anche tempo di ASH, il Congresso della American Society of Hematology che si tiene tutti gli anni a San Diego. Quest’anno disponiamo di un inviato speciale, il nostro Dr. Tosetto, che ci invia aggiornamenti in tempo (quasi) reale su tutti i temi caldi d’interesse ai nostri lettori.


Domenica sera si è tenuta una sessione di Oral Communications dal tema “Antithrombotic Therapy: Management of Challenging Patients and Scenarios” (Terapia antitrombotica, la gestione di pazienti e scenari complessi), dalla quale sono stati estratti i punti più interessanti.

Robert McBane ha presentato i dati dello studio ADAM VTE Trial, uno studio randomizzato che vuole dimostrare la superiorità di apixaban in termini di sicurezza nei confronti della dalteparina in pazienti con cancro attivo; infatti uno dei termini di inclusione per i 300 pazienti arruolati è la presenza di cancro attivo. Sono stati inoltre arruolati anche pazienti che hanno avuto trombosi venose profonde splancniche/cerebrali.
Uno dei due bracci dello studio prevedeva che apixaban fosse somministrato in 10 mg x 2 dosi per una settimana, successivamente 5 mg x 2; mentre l’altro braccio prevedeva la somministrazione di dalteparina 200 IU/kg per 30 giorni, e successivamente a questo periodo 150 IU/kg.
Non sono state riscontrate emorragie gravi nei pazienti in apixaban, mentre se ne sono riscontrate solo 2 nei pazienti in dalteparina; dato che lo studio è stato disegnato su un’incidenza di emorragia più elevata, la differenza non è sostanziale.
Apparentemente si riscontrano meno recidive di trombosi venosa profonda in apixaban che per dalteparina, e con una maggiore aderenza alla terapia in apixaban.
Concludendo, l’autore sostiene che l’uso di apixaban appare comparabile con l’uso della dalteparina.

E i pazienti anziani? Jan Beyer-Westendorf ha presentato i dati del registro di Dresda per quanto riguarda l’uso di NAO nei pazienti ultraottantenni. Sono stati studiati 935 pazienti con età superiore agli 80 anni, di cui 80% in trattamento per fibrillazione atriale. Mediamente i pazienti sono stati seguiti per 970 giorni, durante i quali si è riscontrata un’incidenza di emorragia grave dell’1% per anno, solo lievemente superiore ai pazienti più giovani; la stragrande maggioranza delle emorragie maggiori era di tipo gastrointestinale (43%).
Il 26.4% dei pazienti tuttavia ha sospeso la terapia, a causa di diversi fattori – perlopiù complicanze emorragiche. L’autore conclude dicendo che l’incidenza di complicanze negli anziani è tollerabile, dunque la terapia anticoagulante con NAO è sicura ed efficace anche nel paziente geriatrico.

Continuiamo con le fasce di popolazione non standard: Margarita Kushnir ha presentato i dati sull’uso degli Xabani in 795 pazienti obesi, ovvero con un BMI (Body Mass Index) superiore a 40. Una metanalisi dei sottogruppi ad alto BMI aveva già dimostrato che potevano essere efficaci anche in questo sottogruppo, ma le raccomandazioni dell’ISTH scoraggiano l’uso degli antiXa nei pazienti con BMI>40. In questo studio si è voluto valutare se l’efficacia non venisse compromessa, ma anche se ci fossero problemi di sicurezza. Lo studio è stato monocentrico, osservazionale, retrospettivo e non ha mostrato differenze significative tra gli apixaban, rivaroxaban e warfarin - sia nei pazienti con indicazione trombosi venosa profonda che fibrillazione atriale. Si tratta comunque di un campione di complicanze molto limitato: al contrario, questo è lo studio è il più grande in cui sono stati presi in considerazione pazienti obesi. Finalmente!

Per terminare, Michael Kovacs presenta i dati sull’uso dell’eparina a basso peso molecolare nella prevenzione del tromboembolismo arterioso post-operatorio in uno studio randomizzato, il PERIOP 2.
Lo studio affronta ancora il problema del bridging in pazienti con fibrillazione atriale o protesi valvolare meccanica. Lo studio ha arruolato 1471 pazienti che sono stati randomizzati in due gruppi, in doppio cieco. Lo studio è durato 10 anni ed interrotto precocemente (purtroppo i fondi sono esauriti!); tuttavia non sono state riscontrate differenze significative in termini di complicanze emorragiche o trombotiche tra i due gruppi di randomizzazione.
Una peculiarità interessante dello studio è che questo prevedeva dosi aggiustate di farmaco a seconda del rischio chirurgico. Gli autori concludono che questo genere di pazienti che hanno interrotto il warfarin in pre-operatoria non traggono beneficio dal bridging all’eparina in post-operatoria.

Ringraziamo il Dr. Tosetto per la collaborazione, e attendiamo il prossimo aggiornamento!

Alberto Tosetto

Dirigente medico, Divisione di Ematologia, Ospedale S. Bortolo, Vicenza

Hai una domanda da porre all'autore dell'articolo?

clicca questo box (la tua domanda sarà letta e risposta privatamente dall'autore senza essere pubblicata sul sito)

Vuoi pubblicare un commento in questa pagina?

il tuo commento sarà pubblicato dopo approvazione del CdR





Codice di sicurezza
Aggiorna

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Link alla Normativa