Dalle pagine della seconda rivista mondiale della Medicina Clinica (il Lancet) è arrivata in questi giorni la risposta ad un attesissimo quesito, che mai era stato affrontato in modo così sistematico, tanto più in una realtà geopolitica e sanitaria avanzata qual è quella inglese. Quali sono i rischi della meniscectomia oggi? Sono cambiati nel tempo?

Tra i fattori di rischio di sindrome post-tromboflebitica (PTS) sono stati da lungo tempo ipotizzati la persistenza di residuo trombotico e lo sviluppo di reflusso trans-valvolare, ma una dimostrazione certa non è stata ancora fornita.

Dall’ESC di Monaco di Baviera (agosto 2018) e simultanea pubblicazione nel NEJM un risultato interlocutorio che non aiuta a fare chiarezza in un’area di grande incertezza.

Che i pazienti candidati ad interventi di chirurgia maggiore siano esposti al rischio di eventi tromboembolici venosi (TEV), e che la frequenza di questi eventi si possa ridurre con efficacia e sicurezza con dosi profilattiche di farmaci anticoagulanti è noto da diversi decenni.

Due affascinanti quesiti. Partiamo dal primo, che è già stato in parte affrontato in un articolo del 27 novembre.

Il tromboembolismo venoso (TEV) rimane la prima causa di morte prevenibile nei pazienti ospedalizzati. Nonostante la dimostrata efficacia della tromboprofilassi farmacologica, questa risulta però ancora largamente sottoutilizzata soprattutto tra i pazienti ricoverati per una patologia medica acuta.

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