Che i pazienti candidati ad interventi di chirurgia maggiore siano esposti al rischio di eventi tromboembolici venosi (TEV), e che la frequenza di questi eventi si possa ridurre con efficacia e sicurezza con dosi profilattiche di farmaci anticoagulanti è noto da diversi decenni.

Due affascinanti quesiti. Partiamo dal primo, che è già stato in parte affrontato in un articolo del 27 novembre.

Il tromboembolismo venoso (TEV) rimane la prima causa di morte prevenibile nei pazienti ospedalizzati. Nonostante la dimostrata efficacia della tromboprofilassi farmacologica, questa risulta però ancora largamente sottoutilizzata soprattutto tra i pazienti ricoverati per una patologia medica acuta.

Un nota di grande preoccupazione è stata diramata oggi da un gruppo di ricercatori olandesi. Sulla base del registro nazionale della dispensazione dei farmaci, 1/5 dei pazienti che in un periodo di 4 anni (tra il 2012 ed il 2016) erano stati posti in trattamento con un NAO (in prevalenza il rivaroxaban) per un episodio di TEV avevano discontinuato il farmaco prima della conclusione di due mesi di terapia1.

Le terapie anticoagulanti, vecchie e nuove, hanno drasticamente ridotto il rischio di stroke nei soggetti fibrillanti. I nuovi anticoagulanti diretti (NAO) ancora più efficacemente dei dicumarolici.

È noto da molti anni anni che nei pazienti di area chirurgica (mi riferisco in particolare ai candidati a sostituzione protesica di anca ed ai candidati a chirurgia oncologica addominale) il prolungamento della prevenzione farmacologica del tromboembolismo venoso (TEV) con eparina a basso p.m. (o fondaparinux) fino a 4-6 settimane ne prolunga il vantaggio senza accrescere il rischio emorragico.

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