Uno studio italiano analizza l’effetto dei farmaci usati per contrastare il COVID-19 sulla concentrazione plasmatica degli anticoagulanti orali diretti (DOAC). Non si possono trarre conclusioni definitive ma gli autori consigliano di valutare in modo personalizzato il prosieguo della terapia DOAC con in caso di coronavirus.

Uno dei vantaggi degli anticoagulanti orali diretti (DOAC o NAO), rispetto ai farmaci anti-vitamina K è l’assenza (o scarsa) interferenza del cibo o altri farmaci, che solitamente sono somministrati ai pazienti con comorbidità. Tutto questo è molto ragionevole, oltreché provato in larga misura ma, come spesso capita, generalizzazioni frettolose, basate sull’assunzione di plausibilità, non sempre portano a decisioni sagge.

In un recente lavoro italiano dal titolo “Direct oral anticoagulant plasma levels’ stricking increase in severe COVID-19 respiratory syndrome patients treated with antiviral agents: the Cremona experience1 Testa et al. hanno studiato una coorte di pazienti ricoverati per COVID-19 che, assumevano farmaci antivirali e anche DOAC a causa della condizione patologica precedente al COVID-19. Dei 1039 pazienti ospedalizzati per COVID-19 e candidati alla terapia antivirale, 32 erano in trattamento con DOAC. Venti dei 32 avevano interrotto il DOAC al momento della ospedalizzazione e 12 avevano proseguito il trattamento. I farmaci antivirali somministrati erano lopinavir, ritonavir o darunavir. Il sangue per la misura della concentrazione plasmatica dei DOAC è stato prelevato da 2 a 4 giorni dall’inizio del trattamento antivirale, 12 ore dopo l’ultima somministrazione per i pazienti in apixaban o dabigatran, e 24 ore dopo l’ultima somministrazione per i pazienti in rivaroxaban o edoxaban.

I livelli di valle della concentrazione plasmatica dei DOAC, riscontrata nella coorte dei pazienti oggetto dello studio, è risultata in media 6.14 volte superiore a quella osservata negli stessi pazienti prima dell’ospedalizzazione. Anche se lo studio per ovvi motivi non ha potuto dare una dimostrazione diretta dell’interferenza dei farmaci antivirali sulla concentrazione plasmatica dei DOAC, è plausibile concludere che il maggior determinante per spiegare l’aumento di concentrazione media osservata, prima versus dopo l’ospedalizzazione, sia da attribuire ai farmaci antivirali, non potendo però escludere altre concause relative alla malattia.

Gli autori raccomandano di valutare attentamente la situazione e considerare come proseguire la profilassi con DOAC in corso di COVID-19 o sostituirla con farmaci parenterali. Questa osservazione suggerisce come, a volte la misura della concentrazione plasmatica dei DOAC, eseguita con metodi dedicati, possa essere di aiuto per prendere le decisioni più appropriate.


Bibliografia

1. Testa et al. Direct oral anticoagulant plasma levels’ stricking increase in severe COVID-19 respiratory syndrome patients treated with antiviral agents: the Cremona experience. J Thromb Haemost 2020. DOI: 10.1111/jth.14871

Armando Tripodi

Professore Ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano

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