Le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) - definita come “Assistenza medica finalizzata alla realizzazione del desiderio di avere un figlio prestata, con opportune tecniche e strumentazioni mediche, a coppie che non sono in grado di realizzare tale desiderio con metodi naturali” - sono sempre più utilizzate nei Paesi industrializzati, poiché per ragioni socio-economiche, si è spostata in avanti l’età media della prima gravidanza.

I dati europei della Società Europea della Riproduzione Umana segnalano un costante aumento del ricorso a tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). In Italia, nel 2016 sono state trattate 72.072 coppie sia con tecniche di I livello (inseminazione semplice) sia di II e III livello (fecondazione in vitro), i cicli iniziati sono stati 91.409 e i bambini nati vivi sono stati 12.125, rappresentando il 2,5% di tutti i nati vivi in Italia nel 2016 (cfr www.epicentro.iss.it).

La PMA comporta l’induzione farmacologica di una “super-ovulazione”, ottenuta tramite l’ausilio di ormoni che tuttavia, come gli estro-progestinici (pillola contraccettiva), possono aumentare il rischio di trombosi venose e/o embolie polmonari (TEV). Il rischio è piuttosto basso in termini assoluti (circa 1:1000 cicli di induzione), ma dieci volte più alto rispetto a quello della popolazione generale di pari età. Inoltre, è da sottolineare come le tecniche di PMA siano gravate dal rischio di sindrome da iper-stimolazione ovarica, una temibile complicanza (per fortuna sempre più rara grazie alla messa a punto ed all’uso di principi attivi e protocolli sempre migliori) la cui forma più severa si può verificare fino al 2% dei cicli farmacologicamente indotti.
Questa sindrome è caratterizzata dal passaggio di liquidi dal compartimento vascolare a quello extra-vascolare (la parte acquosa del sangue finisce, cioè, intrappolata nei tessuti), che causa notevole contrazione della diuresi ma soprattutto emo-concentrazione, aumento dei livelli dei fattori della coagulazione e, conseguentemente, del rischio fino a 100 volte di TEV.

Dati recentissimi ottenuti dalla collaborazione tra esperti che raccolgono in un registro internazionale (RIETE) le informazioni cliniche e di laboratorio relative a pazienti che hanno manifestato uno o più episodi di TEV documentano un rischio sensibilmente maggiore nelle donne che si sottopongono a ciclo di PMA – pur senza ottenere una gravidanza- rispetto a quello delle donne in gravidanza e in trattamento con pillola contraccettiva1.

Le informazioni sono state ottenute confrontando un gruppo di 41 donne inserite nel registro perché avevano manifestato TEV in occasione di PMA alle rimanenti donne in età fertile inserite perché con TEV in occasione di gravidanza o di uso di contraccettivi orali (oltre 6000). I risultati nuovi che sono emersi dimostrano un rischio di embolia polmonare sia isolata (cioè in assenza di documentata trombosi venosa agli arti inferiori) sia combinata alla trombosi degli arti inferiori che è 4 - 5 volte maggiore rispetto a quello della gravidanza. Lo studio ha anche evidenziato che il sovrappeso conferisce un rischio indipendente di embolia polmonare in donne che affrontano cicli di PMA.
Utilizzando gli eventi nelle donne gravide come gruppo di riferimento, il rischio di embolia polmonare isolata in donne con cicli di PMA non esitati in gravidanza era circa 4 volte maggiore, mentre quello delle donne in terapia con contraccettivi era 3 volte maggiore.

Questi dati necessitano di ulteriori conferme anche di studi che aiutino a comprendere il meccanismo biologico e strategie terapeutiche volte alla riduzione o all'eliminazione del rischio.


Bibliografia

  1. Grandone et al. Venous thromboembolism in women undergoing assisted reproductive technologies: data from the RIETE Registry. Thromb Haemost 2018 Oct 8; doi: 10.1055/s-0038-1673402. https://www.thieme-connect.de/DOI/DOI?10.1055/s-0038-1673402

Elvira Grandone

Dipartimento di diagnostica di laboratorio e transfusionale, IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza - San Giovanni Rotondo - FG

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