Uno studio italiano presentato all’ESC di Parigi ha evidenziato una riduzione delle ospedalizzazioni legate a stroke ischemici in pazienti con fibrillazione atriale in concomitanza con l’aumento dell’uso di anticoagulanti (in particolare i diretti) nel trattamento di questa popolazione. Trattandosi di uno studio osservazionale, non è stato possibile stabilire una correlazione causa-effetto, ma il risultato positivo si accompagna anche a una maggiore aderenza alle linee guida internazionali.

A dirlo i risultati di uno studio sull’uso di AVK in pazienti con fibrillazione atriale. I risultati ottimali si ottengono se il tempo trascorso nel range terapeutico è superiore al 70%.

Nonostante gli anticoagulanti diretti abbiano rivoluzionato la gestione della terapia anticoagulante, un paziente naïve su quattro li interrompe. Uno studio italiano basato sulle banche dati venete cerca di indagarne i fattori.

È comparso sul numero di Stroke dello scorso 25 giugno un interessante studio osservazionale, multicentrico, promosso da Maurizio Paciaroni del gruppo di Perugia1, che vede coinvolti molti ricercatori italiani insieme a colleghi di 37 centri Europei, Nord Americani e Asiatici.

Lo studio Apidulcis, promosso da Fondazione Arianna Anticoagulazione, al momento ha arruolato 38 centri italiani (su 53 previsti) e 118 pazienti. L’obiettivo è raggiungere i 1.200 e capire se la somministrazione di apixaban a dosaggio ridotto ai pazienti con D-dimero positivo sia sicuro e efficace.

Una ricerca italiana invita alla prudenza prescrittiva, suggerendo che un ritardo nell’avvio della terapia anticoagulante nei pazienti con trasformazione emorragica non aumenta il rischio di recidive ischemiche, come precedentemente temuto.

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